La faccia specchio dell'anima

fisiognomica 

La fisiognomica, termine che deriva dal  greco “physis” natura  e  ”gnosis”  conoscenza, era un’antica disciplina che si proponeva come obiettivo quello di inferire il carattere dell’uomo partendo dallo studio del suo volto. Sin dall’antichità è noto l’interesse dei filosofi e degli scienziati come Ippocrate, Pitagora, Aristotele per l’intelligibilità del volto umano. Costoro, attraverso la lettura dei segni del viso, cercarono di esorcizzare il timore dell’ignoto e di rispondere alla domanda: “Cosa si cela dietro quel volto?” Essi diedero, così, inizio alla cosiddetta “ars physiognomica” che si proponeva di utilizzare i caratteri propri del singolo corpo umano come “signa” di qualità psichiche e morali corrispondenti. Questa disciplina per secoli è stata sottoposta a dure e aspre critiche e, non essendo riconosciuta come una vera scienza, ha perso di credibilità. Ciò nonostante, svariati studi hanno dimostrato come il volto sia un principale strumento di comunicazione, oltre che fonte di informazioni di carattere sociale e come da esso sia possibile dedurre caratteristiche e segnali fondamentali ai fini dell’interazione umana.

Parlare di fisiognomica oggi potrebbe sembrare azzardato per due ordini di motivi: in primis perché si pensa ad essa come ad un filone di ricerca ormai dimenticato e fermo allo studio del Lombroso sulle maschere di cera dei criminali e alla comparazione dei volti tra uomo e animale riportata nel De Fisiognomiae di Gian Battista della Porta, in secondo luogo perché questi studi non avevano alcun fondamento scientifico. Tuttavia, negli ultimi anni è ritornata al centro degli interessi di molti studiosi di psicologia sociale e giuridica, a tal punto che in un articolo di una rivista americana del 2009 il New Scientist si parla di una nuova fisiognomica, in grado questa volta di fornire validi strumenti conoscitivi del volto umano.

Il cercare di predire dal volto il carattere della persona è un’azione che ritroviamo spesso nella nostra quotidianità, anche nei gesti più semplici: quando saliamo su un treno e decidiamo chi sarà il nostro compagno di viaggio, tendiamo a guardare il suo volto e in quel momento sulla base delle sue caratteristiche facciamo un giudizio di affidabilità, che può rivelarsi errato e in alcune situazioni molto pericoloso. Una così semplice azione quotidiana, come quella di guardare il volto di una persona e dedurre sulla base di determinate tratti più o meno attraenti, quali possano essere le sue qualità morali, ci porta a formulare dei giudizi che possono, però, creare delle pericolose conseguenze, soprattutto in ambito investigativo e giuridico, poiché essi possono incidere fortemente sulla vita dell’individuo.

Il caso di Bruno Ludke è l'emblema di quanto il giudizio fisiognomico possa incidere negativamente sulle indagini e  condurre all'accusa di una persona innocente. L'idea lombrosiana del criminale atavico con caratteristiche scimmiesche genera, ancora oggi, quello stereotipo secondo cui il criminale debba possedere un volto brutto e ciò influenza enormemente il nostro giudizio e non solo, incide anche sulle modalità con cui ci relazioniamo all'altra persona.

Nel corso degli interrogatori il possedere dei pregiudizi inconsci sui tratti fiognomici, che si ritiene appartengano ad un "criminale tipico", possono incrementare il sospetto sull'indagato e generare un vorticoso processo per cui si raccolgono informazioni che rafforzano questa convinzione, non considerando le informazioni che disconfermano tale aspettativa (Ross, Lepper e Hubbard 1975)

Il nostro volto è da sempre  il documento rappresentativo di chi siamo e come appariamo. Esso ci rappresenta e ci identifica e occupa un ruolo fondamentale nel modo in cui gli altri ci guardano ma, soprattutto, ci giudicano.    

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Danzaterapista e Psicologa Ersilia Maria Tuosto © 2016 EmozionalMenteCorpo. All Rights Reserved.

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